Chi può sapere fino in fondo cosa sia passato nella mente e nel cuore di un artista prima e durante la realizzazione di un’opera? Possiamo immaginare, proiettare, provare a immedesimarci. Cosa avrà sentito, desiderato, sofferto o pensato Van Gogh prima di dipingere questo capolavoro e, pochi mesi dopo, togliersi la vita… solo Dio lo sa!
Ci sono opere che possiedono un potere simbolico straordinario. E questa mi appare una di quelle. Nei Primi passi di Van Gogh (1890) vedo condensati simbolicamente decenni, se non secoli, di acquisizioni psicologiche.
Cosa sembra dirci quest’opera?
Racconta che ogni essere umano nasce piccolo dinnanzi al mondo.
L’essere umano nasce con un senso di incompletezza, di fragilità e di inferiorità. Una condizione originaria che, secondo Alfred Adler, se da un lato rappresenta un limite ontologico, dall’altro diventa la molla propulsiva e la spinta creativa per crescere e compiersi.
Dopotutto, perché i bambini amano così tanto i supereroi?
Ma nessuno impara a camminare da solo.
Per trovare il coraggio di esplorare il mondo occorre prima aver sperimentato che esiste un luogo sicuro da cui partire e a cui poter tornare. È il cuore della teoria dell’attaccamento di John Bowlby e Mary Ainsworth: solo una base sicura rende possibile l’esplorazione.
Quella sicurezza prende forma nelle cure di una madre “sufficientemente buona”, come la chiamava Donald Winnicott.
Una madre che contiene senza soffocare, sostiene senza trattenere.
Ma… è necessaria la presenza anche di un “padre sufficientemente buono”! Una presenza che incoraggia, trasmette fiducia e dice, anche senza parlare: “Puoi andare. Credo nelle tue possibilità.” Un padre che non ha bisogno di sovrastare, ma orienta con l’esempio. E non teme di farsi prossimo. Un padre che sa anche porre confini, simboleggiati, nell’opera, da quei solchi che tracciano il terreno dinanzi a lui. Perché l’accesso alla realtà e all’incontro con l’altro – orizzonti a cui il padre introduce – richiede inevitabilmente il confronto con il senso del limite.
È quindi tra protezione e autonomia che si apre quello spazio transizionale di cui parlava Winnicott. È lì che il gioco diventa apprendimento, che l’immaginazione incontra la realtà, che il Sé prende forma. Pochi metri… eppure un mondo inesplorato. È lo spazio dei primi passi: sempre nuovo e sempre lo stesso, in ogni stagione della vita.
Forse è proprio questa una delle immagini che meglio descrivono la psicoterapia stessa: un luogo sufficientemente sicuro nel quale diventa possibile pensare ciò che prima era impensabile. Sentire emozioni che da soli sarebbero state insostenibili. Dare parole a ciò che era rimasto soltanto dolore.
Quando facciamo esperienza di una relazione di qualità diversa e significativa, anche le convinzioni più radicate possono trasformarsi. Quelle che Franz Alexander chiamava esperienze emotive correttive non cancellano il passato, ma modificano il modo in cui il passato continua a vivere dentro di noi, offrendo alla facultas signatrix – come insegna Franco Fornari – il materiale necessario per risignificare il Sé e la realtà.
Così, lentamente, il mondo smette di essere soltanto una minaccia. Ma uno spazio calpestabile, anzi un terreno fertile, un campo da coltivare.
Non devo essere perfetto, per essere amato.
Posso sbagliare senza perdere il mio valore.
Posso fidarmi.
Posso crescere.
Ed allora, nel terreno dell’umiltà, così cara a Rudolf Allers, prende forma la vera fioritura umana – quel flourishing teorizzato da Martin Seligman. Non una felicità ingenua o superficiale, ma un’esperienza profonda di pienezza: la capacità di far germogliare il proprio potenziale anche attraverso le ferite, mettendolo al servizio della comunità.
Forse è questo che vedo nell’albero fiorito, dietro la triade della vita.
Un promemoria silenzioso, ma profumato.
Forse, allora, la lezione più profonda di Van Gogh è questa: prima ancora di imparare a camminare nel mondo, abbiamo bisogno di qualcuno che ci faccia sentire che il mondo… può essere una casa.
Ed eccola lì, sullo sfondo.
Per quanto modesta, una casa.

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